Angela Baraldi | The Wedding Singers
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The Wedding Singers

About This Project

Autore
Luca Ragagnin
Regia
Emanuele Conte
Interpreti
Angela Baraldi
Scene
Luigi Ferrando
Musica
Edgar Caffè (Stefano Bolchi, Osvaldo Loi, Federico Fantuz)
Luci
Tiziano Scali
Sito internet

Compagnia
Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse in collaborazione con Associazione Culturale Ultimo Piano

La scena è quella di un banchetto nuziale appena terminato, o forse mai neppure avvenuto. Tra palloncini e tavoli ribaltati, le luci fioche illuminano un trio di musicisti seduti a un lato del palco. Comparendo dal nulla, si unisce loro dopo pochi istanti una donna scarmigliata, avvolta in un abito il cui biancore contrasta con il buio che incombe. The Wedding Singers (La cantante da matrimonio), nuova produzione del Teatro della Tosse in anteprima nazionale, inizia in un’atmosfera di sogno, con una sposa misteriosa, il suo strascico e le vibrazioni appena percettibili di una musica che pare essersi dispersa nell’aria come polvere.

Dopo il fortunato 2984 (2009), la seconda collaborazione tra il regista Emanuele Conte e il drammaturgo Luca Ragagnin vive infatti proprio di musica, di parte della sua storia e della sua mistica. La sposa è Angela Baraldi, attrice già protagonista sul grande schermo di Quo vadis, baby? (2005) di Gabriele Salvatores, ma soprattutto grande cantante, impegnata qui a interpretare nove celebri artiste scomparse, colte tra gli anni sessanta e ottanta, all’apice del successo o del fallimento. La sua voce – accompagnata live dalla band Edgar Caffè – ne attraversa storie, canzoni e amori, talvolta persino morti. Il suo corpo si fa presenza misteriosamente effimera in uno spazio di sole note e memoria. Spettro d’apertura è la tedesca Nico (1938 – 1988), musa di Andy Warhol entrata nel mito grazie ai Velvet Underground, all’elegantissima produzione solista ma soprattutto alla miriade di relazione con uomini celebri, vissute con il distacco e il disincanto di una bellezza consapevole del proprio inevitabile sfiorire. Di Judee Sill (1944 – 1979), per rapidi flash, si rievocano l’infanzia difficile consumata tra un patrigno violento e una madre alcolizzata, la tossicodipendenza e infine l’estro musicale, con l’esecuzione della suggestiva The kiss. Quello di Janis Joplin (1943 – 1970) è invece un grido d’amore che si esaurisce in una vibrante versione di Mercedes Benz, mentre Karen Carpenter (1950 – 1983), uccisa dall’anoressia, si rivede sul letto di morte, prima di intonare A Song for You. Le cupe riflessioni di Laura Nyro (1947 – 1997) preludono a And when I die, così come sono i rimpianti per scelte professionali e sentimentali sbagliate a introdurre The lady, breve ritratto in musica del talento gettato al vento da Sandy Denny (1947 – 1978), ex cantante dei Fairport Convention. Dusty Springfield (1939 – 1999) dà le spalle al pubblico e, nel ricordare la caduta da icona della Gran Bretagna perbenista a personaggio chiacchierato per depressioni croniche e omosessualità dichiarata, si strugge per il flop del suo disco capolavoro, Dusty in Memphis, dal quale sfodera la celebre Son of a Preacher Man. L’apparizione di Nina Simone (1933 – 2003) è una cavalcata lungo le malinconie jazzate di una vita errabonda, popolata da uomini violenti e segnata dalle lotte per i diritti civili. Le note di Rhumba girl di Nicolette Larson (1952 – 1997), angelica meteora country-pop, accompagnano infine la chiusura del sogno, l’uscita di scena verso una luce tenue sul fondo del palco: le canzoni – citiamo con qualche libertà – sono dei matrimoni di sconosciuti e le cantanti, benevole corifee, nient’altro che cantanti da matrimonio. Inquieto e onirico, lo spettacolo si muove dunque su due piani: da una parte la scrittura densa e ricca di variazioni del drammaturgo, che ricostruisce con pochi tocchi, immagini crude o rarefatte e un’aggettivazione preziosa le vite delle sue antieroine tragiche, e dall’altra i pezzi musicali, punti di arrivo o di partenza delle singole narrazioni, sintesi sonore di brevi percorsi rievocativi. Ciò che è scomparso per sempre (corpi e volti di artiste strette tra la drammaticità del quotidiano e la fatuità del successo) e ciò che è rimasto (la loro musica scaturita da fragilità spesso inconfessabili) si lambiscono per poi intrecciarsi in un flusso narrativo nel quale l’omaggio post – mortem riesce a farsi testimonianza e riaffermazione di una musica sopravvissuta al logoramento del tempo. L’alternanza continua di monologo e canzone non scade mai nella ripetizione, grazie soprattutto a una regia essenziale che trova l’equilibrio giocando abilmente con le luci e imponendo pochi movimenti studiati alla protagonista, prima di ricongiungerla puntualmente con l’agognato microfono. Perché, in fondo, in questa fusione di melodie e suggestioni di parola tutto ruota intorno al talento della rocker bolognese, presenza scenica forte e carismatica, interprete istintiva, voce ruvida in grado di restituire i desideri, i rimpianti, le sofferenze e la disperata energia di donne bruciate dalla vita, dall’amore e dall’arte. Vederla rapita dall’enfasi di The Fairest of the Seasons o agitata dal ritmo implacabile di Sinnerman vale il prezzo del biglietto. Da non perdere.

Fonte

Category
Teatro